N.B. Chiunque volesse utilizzare questa tesi anche in parte deve ottenere il permesso esplicito dell'autore.
Come abbiamo visto, i genovesi erano coloro che cantavano l'altra faccia degli anni del dopoguerra e del boom, quelli che si ribellavano, che soffrivano. Con loro, fino alla fine degli anni Settanta, va delineandosi nella musica italiana un forte movimento generazionale che contrappone i padri, con i valori di cui sono portatori, ai figli, che li "uccidono" in continuazione. Questi cantautori spingono fortemente sull'acceleratore dell'insoddisfazione giovanile proletaria e sottoproletaria facendone una pratica di eversione culturale, sociale e sessuale contrapposta a quella delle generazioni precedenti. Siamo alla vigilia del '68. Vengono sottoposti a duro giudizio i valori fondamentali del passato: famiglia, scuola, istituzioni, religione ecc, e i rappresentanti di questi valori, cioè i "padri", si trincerano immediatamente nel loro mondo, osteggiando i figli e indicando subito i cantautori (questo è l'ambito che ci interessa) come "cattivi maestri". Tra questi, naturalmente, non poteva mancare Fabrizio De André, per il quale va fatto uno studio particolare, in quanto, formatosi tra i cantautori genovesi, ha un impianto formale più mosso: al "tu" o a qualche luogo e oggetto idealizzato, soli interlocutori dei primi "genovesi", aggiunge il "noi", la forma poetica della ballata; al senso di ribellione presente negli altri cantautori, ma legato a un determinato periodo, aggiunge una poesia anarchica che è metafora dei soprusi ciclici della storia, che si ripetono da millenni e sempre a sfavore dei deboli. Ama, come Guccini e De Gregori, le metafore, le allusioni e le parabole. Introduce
nella canzone il mestiere della poesia e il concetto della vita come letteratura, come ripetizione, come "tango triste". Se Tenco e Paoli scrivono velocemente, a caldo, su fogli da bar, facendosi vanto di questa velocità di elaborazione poetica, De André articola le sue canzoni come poemi, dove si avverte il magistero della scrittura[1].
Come lui, Guccini ama immaginare il cantautore più che come poeta come artigiano della parola, che passa molto tempo a lavorare e modellare i versi come un fabbro che batte il ferro[2].
Fabrizio De André è quello che meglio ha impersonato il ruolo di "cattivo maestro", quello che ha saputo essere interlocutore nello scontro politico, sociale e culturale. È quello che ha incarnato, in un periodo di forti contrasti, crisi e attacchi alla borghesia, la figura dell'intellettuale critico (ossia, in crisi)[3], scegliendosi una collocazione da "anarchico", cioè eccentrico sia alla borghesia, dalla quale proveniva per origine, sia al proletariato, al quale non apparteneva. Tutto ciò De André lo ha fatto con un «approccio sofferto alla realtà, lacerato da dubbi e angosce che si sublimano talora in versi, canzoni, idee e battute»[4] di grande spessore culturale, ricche di echi letterari. E' possibile sentire nelle sue canzoni, come in quelle di Guccini o De Gregori, echi di letture dei più diversi poeti, romanzieri, filosofi o saggisti di tutti i tempi e di tutte le "etichette". De André, legge tutto ciò che lo appassiona, senza fare di queste letture uno studio sistematico e "scientifico", ma uno studio libero, eccentrico, fantasioso e "artistico", nel senso che rielabora tutto ciò che legge, lo modifica, lo piega fino a farlo entrare nella propria visione del mondo: una visione che non è assoluta, ma critica, e critica soprattutto verso dogmi e pregiudizi, poteri forti, verso "la maggioranza"[5] e tutto ciò che è sua espressione, quindi anche verso le "regole", ingiuste pure queste in quanto espressione diretta di chi le ha stabilite non di chi vi deve obbedire. Nel corso della presente dissertazione cercherò di rintracciare nelle canzoni di De André gli echi di opere come i Vangeli apocrifi, L'antologia di Spoon River, o la presenza di autori come Villon, Lee Masters, Angiolieri, Mutis, ma anche di minori o sconosciuti alla cultura ufficiale. Lo stesso farò, per quel che riguarda gli autori ai quali hanno attinto a loro volta, con Guccini e De Gregori.
1.5 Cecco Angiolieri (S'i' fosse foco) e il De André della protesta.
Inizierò il mio lavoro proprio dalla canzone in cui è più esplicito il riferimento letterario: S'i' fosse foco, del 1968. Qui l'opera di riferimento è l'omonimo sonetto di Cecco Angiolieri, ripreso in toto da De André e musicato. Il testo è quello che tutti conosciamo:
S'i' fosse foco arderei ‘l mondo;
s'i' fosse vento, lo tempesterei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio mandereil 'en profondo;
s'i' fosse Papa, sare' allor giocondo;
ché tutti cristiani imbrigherei;
s'i' fosse ‘mperator, sa' che farei?
a tutti mozzerei lo capo a tondo.
S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similmente faria da mi' madre.
S'i' fosse Cecco com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lassarei altrui[6].
De André accompagna il canto di Cecco Angiolieri con una musica di tipo medievale, adatta al testo, ma il periodo in cui incide è il '68. Siamo nel vivo della "rivolta studentesca": i giovani occupano le Università, criticano i governi, osteggiano le guerre, girano con i capelli e la barba lunghi, sbeffeggiano i valori delle generazioni che li hanno preceduti, uccidono metaforicamente i padri e le madri e ciò che essi rappresentano, vogliono un mondo completamente diverso da quello in cui sono cresciuti. Nessuno dei valori dei "padri" è tenuto in considerazione, nessuna istituzione è salva: né la Chiesa, né lo Stato, né la famiglia. In questo clima diventa di grande attualità il vecchio canto di Cecco che si radicalizza nei moti di protesta giovanili e ne diventa quasi l'inno: S'i' fosse Papa […] tutti i Cristiani imbrigherei,/ s'i' fosse imperator […] a tutti mozzerei lo capo a tondo./ S'i' fosse morte andarei da mio padre./ […] Similmente faria da mia madre.
Nell'intento del poeta senese la critica per lungo tempo ha intravisto la protesta anticortese e la ribellione ad un sistema, la rivendicazione di una condotta libertina, l'intento di sostituire ai vecchi, nuovi modelli e nuovi valori e l'eterna lotta tra padri e figli (Cecco ha un profondo odio per l’avarizia del padre, motivo del voltafaccia di Becchina, la donna amata, popolana corrotta e venale che prima si mostra arrendevole e poi, finito il tempo delle vacche grasse, gli si rivolta contro). Ma mai come negli anni '60 del nostro secolo questa lotta si era radicalizzata così fortemente, mai un canto come S'i' fosse foco aveva fatto tanta presa tra i lettori. Diventa per gli studenti il canto di rivolta verso la nuova società di massa e l'illusione del boom economico, per De André la rivendicazione ad affermare un modo di essere e dei valori (o non-valori): quelli di un universo fatto di prostitute, ladri, blasfemi, morti suicidi, giocatori d'azzardo e frequentatori di squallidi locali, che è poi l’universo dei suoi personaggi. Quei personaggi che si rifiutano di seguire i valori e le "leggi del branco"[7], che li soffoca, e che li fa vittime e non colpevoli. Quello stesso ambiente, «la donna, la taverna e 'l dado», che Cecco aveva già celebrato. Ma, anche se nel testo c’è l’uso della prima persona, in effetti né Cecco, né De André si riconoscono nel personaggio, ma per entrambi quel testo dà voce, attraverso il loro sentire, ai personaggi che affollano la loro poetica. Cecco, nonostante abbia condotto anche vita disordinata e sregolata, non è un brutale descrittore della propria abiezione morale incupito dalla consapevolezza del suo stato misero, nel quale poter individuare i sentimenti più puri della vita, ma un accorto letterato che prende a piene mani dalla tradizione letteraria per descrivere un determinato mondo della sua Siena al quale però egli non appartiene (se non come personaggio creato). Inoltre Cecco, da poeta, deforma e amplifica i fatti, mettendoci, naturalmente, anche la sua personale rabbia verso ciò che lo delude[8]. Allo stesso modo De André che fa, inoltre, dello stesso Cecco, un altro dei personaggi che affollano il suo variegato universo di vittime, e del suo canto il trait-d'union con un altro grande poeta che gli ha dato motivo di ispirazione: François Villon.
1.6 Villon - De André (Tutti morimmo a stento).
Nell'album Tutti morimmo a stento, De André canta la
parte "sporca" della coscienza umana, quella nella quale si trovano
le debolezze morali, il rifiuto o l'incapacità di rispettare le regole, quelle
regole che sono diretta espressione della società che le ha volute, della
"maggioranza". Per De André,
…oggi
maggioranza ha un significato numerico, ma deriva dal termine latino maior, che
al plurale fa maiores. I maiores nel mondo latino erano coloro che detenevano i
privilegi ed esercitavano l'autorità e il potere. Oggi questi maiores sono
diminuiti di numero, ma la loro diminuzione è direttamente proporzionale
all'aumento in loro favore dei privilegi, dell'autorità, del potere, (ormai)
pressoché illimitati […]. I minores […] saremmo poi tutti noi al di là del
mestiere che facciamo…[9]
Per questo motivo, chi rifiuta queste regole non è un criminale da punire, ma una vittima che si ribella, che cerca una libertà che non potrà avere. Quindi De André canta l'anelito alla ricerca di "altro" e di "oltre", che poi si risolverà nella dissipazione e perdita di sé. Canta i disadattati, facendone dei ribelli verso la maggioranza, verso il sentire comune ed il pensiero unico. Questi personaggi condannati dalle leggi dei majores, col loro sentire confondono l'ordine precostituito, eliminando il principio della contrapposizione netta tra bene e male, presentandoci una vita fatta di intrecci difficili, di azioni e scelte ingiudicabili[10]. Come emblema di tale universo, De André prenderà la figura di François Villon, poeta e uomo "contro", e la sua poesia: ballade des pendus.
La canzone di De André in cui più forte è l'eco di Villon è Ballata degli impiccati, e già dal titolo sentiamo il chiaro riferimento al poeta francese del Quattrocento. Esaminando il testo possiamo intuire come per entrambi, De André e Villon, l'impiccato non sia un criminale da condannare, ma un simbolo: il simbolo della condizione umana, che vede l'uomo come un disperato in agonia, che cammina sempre su un filo teso tra il male e la morte. Ancora, in comune c'è la descrizione di particolari aspri:
…l'urlo travolse il sole
l'aria divenne stretta…
chi la terra ci sparse sull'ossa...
…un rancore che ha l'odore del sangue rappreso…
così De André, mentre Villon:
…la nostra carne troppo nutrita
da un pezzo è divorata e imputridita…
la pioggia ci ha lavati e ripuliti
e il sole seccati e anneriti.
Le gazze, i corvi ci hanno cavato gli occhi
E strappata la barba e i sopraccigli…[11]
Ci sono i segni dell'agonia e della crudeltà; De André:
…ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un'ora.
Poi scivolammo nel gelo
Di una morte senza abbandono
Recitando l'antico credo
Di chi muore senza perdono.
Chi derise la nostra sconfitta
E l'estrema vergogna ed il modo…
Villon:
…non siate duri di cuore con noi…
del nostro male nessuno voglia ridere…
noi siamo morti, nessuno ci sbeffeggi…
umani, qui non c'è proprio da scherzare…
C'è dunque l'invito a un sentire comune tra impiccato e spettatore, poiché se così non fosse, commetterebbe peccato chi riuscisse a proseguire «tranquillo il cammino» dopo aver sepolto il condannato; De André:
…chi derise la nostra sconfitta
e l'estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull'ossa
E riprese tranquillo il cammino
Giunga anch'egli stravolto alla
fossa
Con la nebbia del primo mattino
La donna che celò in un sorriso
Il disagio di darci memoria
Ritrovi ogni notte sul viso
Un insulto del tempo e una scoria…
Villon:
Fratelli umani che ancora vivete…
Se pietà di noi poveri avete,
Dio avrà più presto di voi misericordia…
Se vi chiamiamo fratelli, non dovete
Risentirvi, benché ci abbia uccisi
La Giustizia…
Ciò che invece cambia tra i due è il modo di porsi all'altro. De André lo fa con l’invettiva, augurando allo spettatore le medesime sensazioni e gli stessi dolori, affinché capisca ciò che prova l'impiccato; Villon lo chiama "fratello", invitandolo a pregare per lui e gli altri impiccati, nella misericordia di Dio, il quale avrà misericordia anche di loro.
Dirà tre volte De André:
…soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo…
giunga anch'egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino…
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria…
mentre cinque volte
aveva invocato Villon:
…Dio pregate che ci voglia assolvere…
intercedete per noi, che siamo morti…
Dio pregate che ci voglia assolvere…
Dio pregate che ci voglia assolvere…
Dio pregate che ci voglia assolvere.
Mentre Villon aveva insistito per tre volte sullo sbeffeggiare degli spettatori, De André si limita ad una:
…del nostro male nessuno voglia ridere…
noi siamo morti, nessuno ci sbeffeggi…
umani, qui non c'è proprio da scherzare… (Villon)
…chi derise la nostra sconfitta… (De André).
Vediamo quindi come i due autori sono legati nei contenuti da un filo comune, da un rapporto che sembra quello esistente tra maestro e allievo. Dirà, infatti, lo stesso De André nella prefazione ad un libro delle poesie di Villon
…C'è
un filo o piuttosto una corda spessa, che lega l'antico maestro ai suoi allievi
dalle più disparate inclinazioni: per primo tra i profani tu hai dato alla
forca dignità poetica, hai fatto dell'appeso qualcosa di sacro, di eterno,
simbolo inquietante di impermanenza e disagio. […] Eppure altri prima di te,
altre vite avevano preceduto la tua lungo più antiche agonie della civiltà ma
tu sei stato il primo a indicare che una volta chiusa la croce nel silenzio dei
templi gli uomini ne perpetuavano lo scandalo con la forca. […] Io ti scrivo da
un'altra epoca illuminata di ragione e di tecnica, dove l'uso della corda «che
fa sapere al tuo collo quanto pesa il tuo culo» si è fatto più raro e lontano
senza tuttavia scomparire del tutto. La stessa guerra, rinnovatasi di cento in
cento anni, non è ancora finita e gli uomini amano come allora menare le armi e
le mani e se non ci sono più le caldaie per far bollire i falsari, gli
strumenti per dare la morte si sono perfezionati al punto che uno solo di quei
cento onnipotenti, un solo Thibault d'Aussigny può decretare la fine dell'umanità
in un tempo così breve quanto la pressione di un dito su un pulsante. […] una
moderna forma di indagine […] ci informa che oggi siamo tutti molto più ricchi
di quanto non lo fossero i tuoi contemporanei, eppure le richieste d'aiuto da
parte dei poveri si fanno ogni giorno più disperate e impellenti […]. Ancora
oggi siamo capaci di forti sentimenti ma più volentieri li trasformiamo in
lacrime seduti a teatro di fronte al dramma di Oreste e di Amleto e ritornando
a casa ad occhi asciutti non degniamo neppure di uno sguardo la nostra vicina
intenta a contare gli spaghetti per sfamare i figli. Se la tua "grossa
Margot" «ti montava da sopra per non sciupasi il frutto», qui da noi
stimati professionisti violentano le bambine più volentieri mettendosele di
sotto e usano una moderna tecnica di fissaggio delle immagini per immortalare
lo stupro […][12].
Da queste righe che l'"allievo" scrive per il "maestro", si comprende la visione di una ciclicità storica ed il ripetersi dei soprusi e delle ingiustizie in un divenire che non cambia mai nei contenuti nonostante i continui cambiamenti delle forme. De André spiega, in questa prefazione e nella canzone, come la ricchezza pro capite, gli sviluppi scientifici e l'evoluzione del diritto, se non accompagnati da sogni comuni, da utopie, ideali, o meglio da un sentire comune (soprattutto nel dolore e nella sofferenza), dalla "pietas" insomma, non bastano a migliorare la vita dell'uomo, soprattutto quella dei "minores". E lo stesso De André aveva affermato che «l'uomo potrebbe conquistare le stelle, ma i suoi problemi fondamentali resteranno gli stessi». E ancora che «un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali, sarebbe un mostruoso animale, un cinghiale laureato in matematica pura».[13]
Le sue frequentazioni della poesia di Villon si possono riscontrare ancora confrontando il testo della canzone Valzer per un amore con un passo del Testamento di Villon, nella parte dedicata alla Ballata all'amica. Qui l'immagine della giovinezza e della passione che svanisce con l'incalzare della vecchiaia diventano un monito che i protagonisti lanciano alla donna amata perché colga subito il fiore del piacere e dell'amore, senza aspettare il tempo in cui non sarà più possibile.
…Tempo verrà che ben farà appassire,
Seccare, sfiorire il tuo fiore superbo…(Villon).
Quando carica d'anni e di castità
Tra i ricordi e le illusioni
Del bel tempo che non ritornerà
Troverai le mie canzoni
Nel sentirle ti meraviglierai
Che qualcuno abbia lodato
Le bellezze che allor più non avrai
E che avesti nel tempo passato… (De André).
Qui sia Villon che De André cantano di come il passare degli anni porti via con sé le bellezze della giovinezza, ma mentre Villon è molto sintetico De André indugia sull’ immagine dell'amata che da vecchia troverà le canzoni che l'innamorato respinto scriveva per lei da giovane meravigliandosi nel sentir parlare di bellezze che non ha più.
…Io sarò vecchio, tu brutta, scolorita,
Bevi a piena gola fino a che c'è acqua;
Non dare a tutti lo stesso dolore:
Senza infierire soccorrere chi soffre… (Villon).
Vola il tempo, lo sai che vola e va,
forse non ce ne accorgiamo,
ma più ancora del tempo che non ha età,
siamo noi che ce ne andiamo.
E per questo ti dico amore, amor
Io t'attenderò ogni sera,
ma tu vieni non aspettare ancor,
vieni adesso finché è primavera… (De André).
Possiamo osservare
come i versi sono molto diversi, ma i contenuti sono pressoché identici. Per entrambi c'è l'invito a
godere, finché è possibile, dei frutti che la vita ci offre, senza rimandare
fino a quando non sarà più possibile coglierli. Bere finché c'è acqua, cogliere
il fiore finché è primavera. Questo, tra l’altro, è un motivo ricorrente nella
letteratura sia italiana (tra gli altri, Lorenzo il Magnifico), che latina (tra
gli altri, Orazio).
Sempre restando al Testamento di Villon possiamo notare come echi di quest'opera siano presenti anche in un'altra canzone di De André, Il testamento, in cui il richiamo al poeta francese è evidente anche nella scelta del titolo. Questa canzone è appunto il testamento dei beni che un uomo lascia ai i suoi "cari", che probabilmente resteranno delusi dai lasciti del morto. De André adotta la struttura metrica di strofe di otto versi, come Villon. Il moribondo lascia a ognuno qualcosa, che si tratti di beni materiali o meno questo poco importa, è il senso del lascito che conta per svelare gli affetti, i rancori e, in sostanza, la natura dei sentimenti che legano il morto a coloro che restano. Questa canzone si inserisce in quel filone della letteratura che nel Quattrocento francese ha dato molti capolavori e al quale lo stesso Villon aveva attinto. Non vi è però, né in De André né in Villon, il riferimento, tipico di quella tradizione, a quella danza macabra della morte che prende per mano tutti, a qualunque categoria sociale appartengano, per farli ballare insieme. Ma qui non c'è una sola condizione umana che valga qualcosa di fronte alla morte, non c'è il conforto di essere morto come tutti gli altri, c'è al contrario lo sconforto di essere morti e di essere morti da soli. Nessuno in punto di morte può alleviare la sofferenza dell'addio. Non c'è sdegno contro tutto ciò, ma solo un sentimento di impotenza che viene dalla constatazione di quest'ultima solitudine.
Chiunque muore, muore con dolore[…]
Né c'è chi dei suoi mali lo sollevi… (Villon).
…Cari fratelli dell'altra sponda
Cantammo in coro giù sulla terra
Amammo in cento l'identica donna
Partimmo in mille per la stessa guerra.
Questo ricordo non vi consoli
Quando si muore, si muore soli.
Questo ricordo non vi consoli
Quando si muore si muore soli…(De André).
Anche qui i versi sono completamente diversi, c'è una forte manipolazione da parte di De André che prende da Villon solo i contenuti, li usa per chiudere la canzone, mentre in Villon questi versi precedono i lasciti assolvendo ad un funzione introduttiva.
È presente poi in Villon una breve disquisizione sulla natura delle donne che offre a De André lo spunto per un lascito:
…Così, secondo questa usanza, si presero
L'amante, è tutto chiaro:
Amavano tenendolo nascosto,
Visto che nessun altro ci passava.
E tuttavia questo amore poi si spezza,
perché quella che ne aveva uno solo
Da lui si stacca e va per la sua strada
E preferisce amarli tutti quanti […]
I folli amanti ne pagano lo scotto
E le signore li battono sul tempo.
È la giusta ricompensa che tocca agli amanti,
ogni patto vi è sempre violato.
Per qualche dolce bacio o qualche abbraccio,
con cani e uccelli, armi e amori,
È pura verità ben nota a tutti -
Per una gioia cento dolori… (Villon).
…Voglio lasciare a Biancamaria
Che se ne frega della decenza
Un attestato di benemerenza
Che al matrimonio le spiani la via
Con tanti auguri per chi c'è caduto
Di conservarsi felice e cornuto… (De André).
Questo è il primo riferimento al Testamento di Villon che troviamo nell’omonima canzone di De André. Da Villon prende il succo dei versi: le donne seguono la regola di amare un uomo alla volta, ma prima o poi questo amore finisce, allora da «uno solo» si passa ad amare «tutti quanti». Ciò significa per Villon che alle donne un solo uomo non basta. E ciò non è una colpa, poiché dipende proprio dalla loro natura, è una condizione propria dell'essere donna. Perciò all'uomo che di una donna si innamora non resta, per una sola gioia, che sopportare cento dolori. De André nel suo testamento, in modo ironico, fa di questa natura un attestato di benemerenza per la disinvolta Biancamaria che essendo donna e fregandosene della decenza inventata dall'uomo, dà libero sfogo ai suoi sensi. Questo attestato deve servirle a trovare un marito, al quale il moribondo non può che augurare di conservarsi felice, poiché le inclinazioni di Biancamaria sono naturali, ma cornuto poiché in pratica questa è la condizione che gli sarà propria alla luce delle convenzioni sociali.
Scorrendo tra i lasciti di Villon, arriviamo a quello per la moglie:
… al mio amore, alla mia cara rosa,
Non lascio il cuore e neanche i fegato;
Le piacerebbe di più qualche altra cosa,
Benché abbia abbastanza denaro…
E cosa? Una gran borsa di seta,
piena di scudi, ben profonda e larga,
Ma che sia subito impiccato, me compreso,
Chi le lasciasse né scudo né targa… (Villon).
… Per quella candida vecchia contessa
che non si muove più dal mio letto
per estirparmi l'insana promessa
di riservarle i miei numeri al lotto
non vedo l'ora di andar fra i dannati
per riferirglieli tutti sbagliati… (De André).
In questo lascito c'è un luogo comune, quello della satira contro le donne avide di soldi, verso le quali si scaglia però l'ironica vendetta di De André. Infatti se Villon lascia maledizioni a chi voglia assecondarle, De André le prende in giro rivelando l'intenzione, tra l'altro tutta napoletana, di rivelare da morto, in sogno, i numeri del lotto, ma naturalmente quelli sbagliati.
1.7 I Vangeli apocrifi - De André (La buona novella).
Il '68 era stato in Italia l'anno della rivolta studentesca, della ribellione dei figli verso il mondo dei padri, l'anno della "rivoluzione". Nello stesso anno De André aveva scritto "S'i' fosse foco" e l'album "Tutti morimmo a stento", di cui abbiamo già parlato. Nella prima canzone aveva cantato la rivolta attraverso il sonetto di Cecco Angiolieri, il quale diverrà personaggio dell'universo del cantautore genovese. Nell'album "Tutti morimmo a stento" aveva tracciato delle analogie tra i tempi di Villon e i giorni nostri, partendo dal dolore di un impiccato. Nel '70, a soli due anni di distanza, ma in un periodo in cui gli echi della contestazione non sono ancora svaniti, De André sceglie un altro personaggio per i suoi testi. Un personaggio che è sempre stato simbolo di riscatto per i poveri e gli oppressi, ribelle e rivoluzionario verso le Istituzioni imperiali, modello di purezza e rigore morale per i giusti che aborrono la corruzione della società, un simbolo, insomma, di rivolta all'autorità costituita. Questo personaggio è Gesù di Nazaret. Ma il Gesù che De André canta non è quello che la Chiesa ci ha fatto conoscere: "il figlio di Dio fattosi carne per espiare le nostre colpe", che vuole essere adorato, ma l'uomo che col suo esempio vuole insegnarci a vivere con la serenità e la coscienza tranquilla di chi non si è fatto corrompere dal male. L'intento del nostro cantautore è quello di smitizzare la figura di Gesù passato alla storia come Dio, quello di fargli perdere un po’ di sacralità a vantaggio di una migliore e maggiore umanizzazione:
…Non intendo cantare la gloria
né invocare la grazia o il perdono
di chi penso non fu altri che un uomo
come Dio passato alla storia
ma inumano è pur sempre l'amore
di chi rantola senza rancore
perdonando con l'ultima voce
chi lo uccide fra le braccia d'una croce…[14].
Così De André cantava già nel '67, ma nell'album "La buona novella" il concetto è ripreso e allargato attraverso la figura di personaggi come Maria, Giuseppe, le madri dei ladroni, Tito, il ladro buono del vangelo arabo dell'infanzia. De André prende spunto non dai Vangeli canonici, che riservano pochissimo spazio a questi personaggi, ma dai Vangeli apocrifi, cioè quelli indicati dalla Chiesa come "non autentici", "erronei", "eretici", proprio in contrapposizione a canonico, che significherebbe "autentico", "ispirato". Sceglie gli apocrifi perché sono una testimonianza viva del cristianesimo primitivo, ricchi di un ingenuo bisogno di conoscenza dei credenti verso Maria, Giuseppe e Gesù. Qui tutto ciò che riguarda la vita, i prodigi della nascita e i misteri della sua esistenza sono tramandati attraverso un'elaborazione di tutta la tradizione orientale ed ellenistica. Molte arti, come la pittura, la poesia, la prosa, hanno trovato in questi vangeli motivo di ispirazione e elementi storici utilissimi nel corso dei secoli. Per De André , come per gli Ebioniti (che in ebraico sono gli umili, i poveri), Gesù era l'uomo che ispirato da Jahve, lottava contro i ricchi, i potenti e i profittatori dei deboli, che sempre sono stati il suo bersaglio. Così per i Nazareni era un modello di purezza e rigore morale che li teneva separati dalla corruzione (Nazareno deriva infatti da nazir, che significa separato). E per i zeloti era un rivoluzionario, un sobillatore, come è ancora considerato da alcuni movimenti protestanti dei giorni nostri[15]. Ma soprattutto, come ho già detto, Gesù era per De André un uomo, come uomini erano Giuseppe, Maria, le madri dei ladroni, il falegname che costruisce le croci, e i due ladri Dumaco (o Dimaco) e Tito. E da uomo De André vuole che lo si consideri, lo si ami e lo si lodi
…Laudate hominem
No, non devo pensarti figlio di Dio
Ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.
Naturalmente, per soddisfare questa esigenza, niente era meglio, come fonte di ispirazione, dei Vangeli apocrifi, ricchi di tradizioni popolari, avvenimenti particolari sulla vita di Maria, di Giuseppe e dei ladroni, che privilegiano l'aspetto puramente umano e terreno, non teologico delle vicende narrate. De André introduce i personaggi e le vicende che ruotano intorno alla crocifissione, per umanizzare ulteriormente il personaggio principale, Gesù, ma anche per trattare della grande umanità degli altri. Parla della Madonna come di una tenera fanciulla privata della sua adolescenza e spensieratezza e costretta a passare i primi dieci anni della propria vita al Tempio, poi, senza che lei lo desideri, da ragazzina a moglie, da vergine a madre, oltretutto data ad un uomo che lei non ha scelto, che potrebbe essere suo padre e che non potrà darle l'umano e terreno piacere dell'amore e le tenerezze degli amanti.
…«Guardala, guardala, scioglie i capelli,
sono più lunghi dei nostri mantelli,
guarda la pelle tenera, lieve,
risplende al sole come la neve»…
[…]E fosti tu, Giuseppe,
[…] a vederti assegnata,
da un destino sgarbato,
una figlia di più
senza alcuna ragione
[…] «Quei sacerdoti
la diedero in sposa
a dita troppo secche
per chiudersi su una rosa,
a un cuore troppo vecchio
che ormai si riposa»…
Rivede il messaggio evangelico vero e proprio, cioè quello dei dieci comandamenti, attraverso l'esperienza del ladrone Tito, che li commenta confrontandoli con la sua esperienza di vita, facendo risaltare le difficoltà per l'uomo (quello umile, povero, il diseredato in genere), a seguire i precetti divini, fino a metterli in discussione uno per uno in forma testamentaria. De André raggiunge il suo intento elaborando alcuni tratti del Protovangelo di Giacomo, dal quale prende spunto soprattutto per la prima parte dell’ album, dove canta L'infanzia di Maria, Il ritorno di Giuseppe e Il sogno di Maria. Mentre per l'ultima parte, quella de Il testamento di Tito si rifà al Vangelo arabo dell'infanzia. La canzone che apre l’album è proprio L'infanzia di Maria, che è poi il tema con il quale Giacomo apre il suo Vangelo, diviso in tre parti:
nascita e vita di Maria fino alla nascita di Gesù;
commozione, ansia di Giuseppe e constatazione della reale verginità di Maria;
racconto della strage degli innocenti e dell'uccisione del sacerdote Zaccaria.
De André segue questo schema fino al punto due, mentre il tema della strage degli innocenti lo farà intravedere in due versi di Via della croce:
…Ben più della morte che oggi ti vuole,
t'uccide il veleno di queste parole:
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode, per te, trucidati.
Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
misurano a gocce il dolore che provi:
trent'anni hanno atteso, col fegato in mano,
i rantoli d'un ciarlatano…
Per quanto riguarda L'infanzia di Maria, là dove Giacomo esprimeva in prosa il trasferimento di Maria al Tempio, De André lo fa in versi:
…E allorchè essa compì i due anni, disse Gioacchino ad Anna:
Portiamola al Tempio del Signore, per mantenere la promessa che abbiamo fatta, prima che il Signore ce la richieda e la nostra offerta non sia più ben accetta.
Aspettiamo i tre anni, - rispose Anna, - quando la bambina non avrà più bisogno del babbo e della mamma.
Aspettiamo, - rispose Gioacchino.
Allorché la bambina compì i tre anni, disse Gioacchino:… (Protovangelo di Giacomo)
…e Gioacchino disse:
Ecco che ha compiuto
i tre anni! Portiamola perciò
al Tempio del Signore
perché dobbiamo adempiere
alla promessa…
[…] cucito qualche giglio
sul vestito alla buona,
forse fu per bisogno
o peggio, per buon esempio,
presero i tuoi tre anni
e li portarono al tempio. (De André)
Per quanto riguarda la prima infanzia nel Tempio:
Così Maria restò nel Tempio, allevata come una colomba e riceveva il cibo dalla mano di un angelo[…] tu che sei stata allevata per il Santo dei Santi e che ricevi il cibo dalla mano di un angelo…. (Giacomo)
Non fu più il seno di Anna,
fra le mura discrete,
a consolare il pianto,
a calmare la sete;
dicono fosse un angelo
a raccontarti le ore,
a misurarti il tempo
fra cibo e Signore.
A misurati il tempo
Fra cibo e Signore
…Così Maria bambina visse
nel Tempio del Signore
e la mano di un angelo le offriva
il cibo… (De
André)
Ma quando Maria compie i dodici anni, tempo che per ogni bambina dovrebbe essere di spensieratezza, di giochi e di allegria, i sacerdoti decidono di allontanarla dal tempio affinché, con le sue mestruazioni non lo contamini, e di darle un marito.
…Ma quando ella compì dodici anni, i sacerdoti tennero consiglio e dissero: - Ecco che Maria è giunta all'età di dodici anni nel Tempio del Signore: che faremo ora di lei, perché non abbia a contaminare il Tempio del Signore? -[…] esci e chiama a raccolta i vedovi del popolo; ciascuno di essi porti un bastone, e di colui al quale il Signore darà indicazione con un segno miracoloso, essa sarà la sposa… (Giacomo)
Scioglie la neve al sole,
ritorna l'acqua al mare,
il vento e la stagione
ritornano a giocare.
Ma non per te, bambina,
che nel tempio resti china
…e quando raggiunse l'età
dei dodici anni i sacerdoti
si riunirono in consiglio
e dissero: «Cosa faremo ora di lei
perché non contamini
il Tempio del Signore?»…
E quando i sacerdoti
ti rifiutarono alloggio,
avevi dodici anni
e nessuna colpa addosso:
ma per i sacerdoti
fu colpa il tuo maggio,
la tua verginità
che si tingeva di rosso.
La tua verginità che si tingeva di rosso
E si vuol dar marito
A chi non lo voleva… (De André)
A questo punto, nel Vangelo di Giacomo escono i banditori per chiamare a raccolta i pretendenti:
…Uscirono pertanto i banditori per tutta la regione della Giudea, e risuonò la tromba del Signore e accorsero tutti… (Giacomo)
…si batte la campagna,
si fruga la via,
«Popolo senza moglie,
uomini d'ogni leva,
del corpo di una vergine
si fa lotteria»
…allora gli araldi andarono
per tutta la Giudea
e risuonò la tromba
e accorse il popolo… (De André)
Venne scelto Giuseppe, il quale provò a far notare che era troppo vecchio per una così giovane fanciulla alla quale non avrebbe potuto dare né l'amore di un marito, né i comuni piaceri del corpo, né le semplici e caste carezze di un amante:
Allora il sacerdote disse a Giuseppe: - Tu sei stato prescelto a ricevere la vergine del Signore in tua custodia![…] Ho già figli, e sono vecchio, mentre essa è una fanciulla! Che io non abbia a diventare oggetto di scherno per i figli di Israele! (Giacomo)
…e Zaccaria, il gran sacerdote,
disse a Giuseppe :
«La sorte ti ha affidato
la vergine del Signore,
abbine cura e custodiscila»…
E fosti tu, Giuseppe,
un reduce del passato,
falegname per forza
padre per professione,
a vederti assegnata,
da un destino sgarbato,
una figlia in più
senza alcuna ragione,
una bimba su cui
non avevi intenzione.
E mentre te ne vai,
stanco d'essere stanco,
la bambina per mano,
la tristezza di fianco,
pensi: «Quei sacerdoti
la diedero in sposa
a dita troppo secche
per chiudersi su una rosa,
a un cuore troppo vecchio
che ormai si riposa»… (De André)
E quando per un'ennesima volta Maria ha visto decidere gli altri per la sua vita, le tocca tornare a casa con un uomo che potrebbe essere abbondantemente suo padre e che subito la abbandonerà a responsabilità da adulta e da donna di casa poiché lui dovrà partire:
…Allora Giuseppe, pieno di timore, prese Maria in sua custodia e le disse: - Ecco, ti ho ricevuta dal Tempio del Signore e adesso ti lascio nella mia casa e me ne vado a lavorare alle mie costruzioni, ma tornerò da te. Il Signore ti custodirà…[16] (Giacomo)
…Secondo l'ordine ricevuto, Giuseppe
portò la bambina nella propria casa
e subito se ne partì per lavori
che lo attendevano fuori della Giudea.
Rimase lontano quattro anni. (De André)
A questo punto il racconto di Giacomo continua con "l'annunciazione" a Maria dell'arcangelo Gabriele e, solo successivamente, col ritorno di Giuseppe e i suoi timori sulla gravidanza della donna. De André invece inverte l'ordine, cantando prima il ritorno di Giuseppe e il dubbio sulla fedeltà di Maria, poi "l'annunciazione" sotto forma di sogno, con una poesia onirica e quasi visionaria, nella quale solo nell'ultima strofa affiora il racconto del narratore, mentre il resto è descritto in prima persona da Maria. Seguirò adesso l'ordine di Giacomo:
…ed ecco una voce che diceva: - Ave, o piena di grazia! Il Signore è con te, benedetta tu fra le donne - … (Giacomo)
…l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera… (De André)
…Ed ecco un angelo del Signore si presentò davanti a lei e le disse: - Non aver paura, Maria: infatti hai trovato favore presso il Signore di tutte le cose, e concepirai per opera della sua parola[…] perciò l'essere, anche esso sacro, che nascerà da te sarà chiamato figlio dell'Altissimo… (Giacomo)
…e l'angelo disse:
«Non temere, Maria,
infatti hai trovato grazia
presso il Signore
e per opera Sua
concepirai un figlio» […]
Lo chiamerai figlio di Dio - (De André)
Quando Giuseppe fa ritorno a casa, dopo quattro anni, trova Maria incinta, naturalmente senza che lui l'avesse mai sfiorata. A questo punto, nel racconto di Giacomo, Giuseppe teme in un primo momento che Maria abbia commesso fornicazione e poi che entrambi abbiano perso la fiducia che in loro avevano riposto i sacerdoti e soprattutto il Signore. Sarà allora un angelo che, apparsogli in sogno, gli spiegherà come sono andate le cose. Nell'opera di De André sarà invece la stessa Maria che racconterà a Giuseppe, che pensava all'adulterio e cercava il motivo di tale inganno, l'inquieto ricordo dell'accaduto «tra i resti di un sogno raccolto».
Chi mi ha teso questa insidia? Chi ha commesso questa infamia nella mia casa e ha sedotto questa vergine? […] temo che non provenga davvero da un angelo quello che è in lei… (Giacomo)
…e lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che, vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
dalla forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
Quando lievita il ventre
E a te, che cercavi il motivo
D'un inganno inespresso dal volto,
lei propose l'inquieto ricordo
tra i resti d'un sogno raccolto (De André)
Solo a questo punto, come ho già detto, nell'opera di De André Maria racconta l'accaduto. A questo punto possiamo sottolineare come se in Giacomo i fatti narrati sono del tutto normali, in De André c’è uno spunto polemico (vedi come chiama "lotteria" l’assegnazione di un marito a Maria).
Per quel che riguarda ancora i Vangeli apocrifi, nel Vangelo dell'infanzia arabo siriaco si racconta di come Giuseppe, Maria e Gesù, che stavano attraversando il deserto, si imbattono nei due ladroni Dumaco e Tito. Questi consentono alla sacra famiglia di passare liberamente senza che gli altri ladroni addormentati li notino. Ciò succede grazie all'intercessione del ladrone buono Tito, il quale deve donare all'amico, per il suo silenzio, quaranta dracme. Ma quando Maria ringrazierà Tito, assicurandogli che il signore lo terrà nelle sue grazie, Gesù, ancora bambino, interverrà per dire alla madre che quando i Giudei lo crocefiggeranno a Gerusalemme quei due ladroni saranno crocefissi con lui. Questo servirà a De André per rappresentare nella canzone Tre madri l'umano dolore delle madri di Dumaco, che lui chiamerà Dimaco e di Tito, che pensano di dover sopportare un dolore più grande di quello di Maria, poiché i loro figli non resusciteranno al terzo giorno:
Ma c’è chi muore del dirti addio
Dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre
Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l’immagine di un’agonia
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il tuo figlio farà ritorno
lascia a noi piangere, un po’ più forte,
chi non risorgerà più dalla morte…
De André si sofferma poi sul dolore di Maria,
un dolore fortemente umano e terreno, nonostante la consapevolezza della
resurrezione del figlio, che la accomuna alle madri dei ladroni, e lo stesso
Gesù ai ladroni e agli uomini. E ancora il dolore di una donna che non ha
scelto nulla per sé e per suo figlio, sempre altri hanno scelto per lei, e che
ora si trova ad avere un figlio, che seppur un dio, lei non desiderava. Tutto
ciò che avrebbe invece desiderato era un uomo "normale" da
abbracciare ed amare, da tenere vicino e veder sorridere, un comunissimo figlio,
non un dio-agnello-sacrificale, ciò che invece le è stato assegnato e che ora
le viene crudelmente tolto. Un figlio che senza essere figlio di Dio, sarebbe
vissuto di più e di più lei avrebbe potuto "averlo" con sé. Questi
concetti sono espressi in una forma e con dei contenuti che eliminano ogni
richiamo retorico, tipico della tradizione mariologica della Chiesa, e
impregnati di una calda vibrazione umana che fa pensare anche a Jacopone da
Todi nella laude Pianto della Madonna, con le numerose ripetizioni del termine
«figlio»:
…Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.
Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama - nostro Signore-
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.
Per me sei figlio, vita morente,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama ancora questa mia voce.
Non fossi stato figlio di Dio,
t'avrei ancora per figlio mio.
Ma nell’opera di De André c’è spazio, oltre che per le madri dei ladroni, anche per il ladrone Tito. Il personaggio di Tito, che nei Vangeli compare solo nell’incontro già ricordato con Maria e Gesù, diventa per il cantautore il depositario del messaggio della Buona Novella, quel messaggio che si carica di fortissime contraddizioni per cui diventa arduo per gli uomini, per tutti gli uomini, interpretare allo stesso modo. E ciò è vero soprattutto per quei «servi disubbidienti alle leggi del branco» «che viaggiano in direzione ostinata e contraria»[17] e che imparano l’amore, vero e proprio messaggio evangelico, solo «nella pietà che non cede al rancore». Tito commenta i dieci comandamenti attraverso la propria esperienza di vita, fatta di sofferenza e stenti, in forma di testamento, un testamento che si chiude con un unico lascito: la pietà umana, solo comandamento e solo sentimento che può portare l’uomo alla fratellanza e all’amore.
…io, nel veder quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore.
1.8 E. Lee Masters (Antologia di Spoon River) – De André (Non al denaro, non all’amore, né al cielo).
L’ Antologia di Spoon
River, di Edgar Lee Masters, è una raccolta di poesie sotto forma di epitaffi.
Ogni epitaffio racconta del defunto in un momento particolarmente significativo
della propria vita, un momento rappresentativo della reale essenza del suo
animo, in modo che, tutti insieme, diventano simbolo della condizione
dell’uomo. Il discorso è fatto in prima persona dal defunto, che rivela quelle
verità che nella morte può raccontare con estrema sincerità perché non ha più
niente da pensare e che in vita ha dovuto nascondere, parlando così come non è
mai stato capace di fare prima e facendo venire a galla il tema
dell’incomunicabilità. Questi personaggi sono uomini e donne di tutte le classi
sociali, rappresentano quasi tutti i mestieri, persone che hanno fatto del bene
o del male, belli e brutti, onesti e disonesti. Sono il microcosmo di una
piccola città di campagna che può benissimo rappresentare il macrocosmo, la
storia del mondo intero, dato che il bene ed il male sono categorie universali
dell’umano. I personaggi di Lee Masters sono 244 e 19 delle loro storie sono
sviluppate in ritratti intrecciati. L’antologia venne stampata per la prima
volta nell’aprile del 1915 e nell’estate dello stesso anno era citata e
parodiata in tutta l’America e in Inghilterra. L’Antologia era lo specchio di
un mondo che aveva perso la dimensione collettiva del senso della vita, la
dimensione comune del senso dell’esistere, per cui gli uomini erano destinati a
consumarsi in piccole tragedie personali. De André coglie benissimo lo spirito
di quest’opera e la adatta ai suoi tempi, quelli dell’Italia del 1970. Era
un’Italia votata alla competizione tra i singoli, il boom economico del
decennio precedente, il modello di società capitalista portavano il singolo a
misurarsi continuamente con gli altri, ad imitarli o superarli per arrivare a
possedere ciò che l’altro non aveva. In un clima del genere il sentimento umano
più diffuso è facile che sia l’invidia. E proprio il filone dell’invidia,
nell’opera di Lee Masters, sarà quello scelto da De André per le sue nove
canzoni, insieme a quello della scienza. Sceglie anche quest’ultimo perché la
scienza è per lui un prodotto del progresso, che è nelle mani dello stesso
potere che genera l’invidia e che non è ancora riuscita a risolvere i problemi
esistenziali. Quindi la scienza come luogo del contrasto tra l’aspirazione del
ricercatore e la repressione del sistema. Questi temi, secondo De André, erano
stati trattati così bene dai personaggi e dalle storie di Lee Masters, che
sarebbe stato inutile per lui inventarne di nuovi, bastava solo adattarli alla
realtà italiana. Al filone dell’invidia appartengono: Un matto, tratto
dall’epitaffio di Frank Drummer; Un blasfemo, ispirato al personaggio di
Wendell P. Bloyd; Un giudice, che risponde al nome di Selah Lively; Un malato
di cuore, che in Lee Masters è Francis Turner. Al filone della scienza sono
legate le canzoni di: Un chimico, Trainor il Farmacista; Un medico, il dottor
Siegfried Iseman, Un ottico, l’ottico Dippold. Le storie ed i personaggi
narrati, De André li racchiude in due epigrafi, una iniziale e l’altra finale,
che sono La collina, tratta da The hill, con la quale sia Lee Masters che De
André aprono le rispettive opere, e Il suonatore Jones, tratto da Fiddler
Jones. Con Jones De André chiude, in chiave quasi autobiografica la sua
raccolta, affidandogli il messaggio dell’album, che è quello di essere
disponibili alla vita dedicandola alla ricerca della libertà come unico modo
per darle un senso. Così la vita sarà pura come un ballo di campagna, una
melodia di violino o un ricordo di giovinezza.
La prima cosa da dire
per aprire il confronto tra i due autori è che se Lee Mastrers aveva usato il
verso libero, De André preferisce strofe dai versi ritmati o fortemente
assonanti, spesso ricchi di un linguaggio a tratti brutale «un nano è una
carogna di sicuro/ perché ha il cuore troppo vicino al buco del culo»[18].
Ma, fatto questo breve esempio, passerò subito al confronto tra i testi.
La collina
Dove sono Elmer,
Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà,
il forte di braccia, il buffone,
l’ubriacone,
l’attaccabrighe?
Tutti, tutti, dormono
sulla collina.
Uno morì di febbre,
uno bruciato in
miniera,
uno ucciso in una
rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte
mentre faticava per moglie e figli –
tutti, tutti dormono,
dormono, dormono sulla collina… (Lee Masters)
Dove se n’è andato
Elmer
Che di febbre si
lasciò morire,
dov’è Herman bruciato
in miniera.
Dove sono Bert e Tom,
il primo ucciso in
una rissa
e l’altro che uscì
già morto di galera.
E cosa ne sarà di
Charley
Che cadde mentre
lavorava
E dal ponte volò e
volò sulla strada.
Dormono, dormono
sulla collina… (De André)
Qui i riferimenti
sono fin troppo chiari, persino i nomi dei personaggi sono rimasti invariati,
come invariata è la causa della loro morte. Ciò che De André varia è l’ordine
nel quale inserisce le cause delle morti: in Lee Masters è messa in successione
corrispondente all’ordine dei nomi solo dopo che ha introdotto i tratti
fondamentali del carattere dei personaggi; in De André invece la causa della
morte è rivelata subito dopo il nome dei personaggi, dei quali mancano, però, i
tratti caratteriali. Continua Lee Masters:
…Dove sono Ella,
Kate, Mag, Lizzie e Edith,
il cuore tenero,
l’anima semplice, la chiassosa, la superba, l’allegrona? –
tutte, tutte, dormono
sulla collina.
Una morì di parto
clandestino,
una di amore contrastato,
una fra le mani di un
bruto in un bordello,
una di orgoglio
infranto, inseguendo il desiderio del cuore,
una dopo una vita
lontano a Londra e Parigi
fu riportata nel suo
piccolo spazio accanto a Ella e Kata e Mag –
tutte, tutte dormono,
dormono, dormono sulla collina… (Lee Masters)
Dove sono Ella e Kate
Morte entrambe per
errore
Una di aborto,
l’altra d’amore.
E Maggie uccisa in un
bordello
Dalle carezze d’un
animale
E Edith consumata da
uno strano male.
E Lizzie che inseguì
la vita
Lontano, e
dall’Inghilterra
Fu riportata in
questo palmo di terra.
Dormono, dormono
sulla collina… ( De André)
Anche qui si
ripropone la stessa situazione dei versi precedenti, con De André che opera
solo per Ella e Kate una piccolissima differenza: le nomina, come Lee Masters,
una dopo l’altra e ne spiega la morte, accomunandole per il fatto che entrambe
le morti sono considerate, pur nella loro diversità, un errore.
Continua poi la processione funebre di Lee
Masters con dei morti di guerra, che De André riprende in chiave chiaramente
antimilitarista:
Dove sono zio Isaac e
zia Emily,
e il vecchioTowny
Kincaid e Sevigne Houghto,
e il maggiore Walker
che aveva parlato
con i venerandi
uomini della rivoluzione? –
tutti, tutti dormono,
dormono, dormono sulla collina.
Li portano figli
morti in guerra,
e figlie che la vita
aveva spezzato,
e i loro orfani, in
lacrime –
tutti, tutti dormono,
dormono, dormono sulla collina… (Lee Masters)
Dove sono i generali
Che si fregiarono
nelle battaglie
Con cimiteri di croci
sul petto,
dove i figli della
guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per
un amore finito male:
hanno rimandato a
casa
le loro spoglie nelle
bandiere
legate strette perché
sembrassero intere…
Dormono, dormono
sulla collina (De André)
In questi versi De
André elimina i nomi dei personaggi, soprattutto quello degli zii, per attirare
maggiormente l’attenzione sui generali e sull’aspetto militare delle vicende.
Aggiunge i versi «…con cimiteri di croci sul petto…», «…i figli della guerra/
partiti per un ideale/ per una truffa…», che mancano in Lee Masters, per
evidenziare il suo antimilitarismo. Poi entrambi chiudono la propria opera con
un ricordo del suonatore Jones che è il simbolo della bellezza del vivere,
l’unico che ha dato un senso alla vita, dedicandola alla ricerca di una libertà
immateriale, che è giunto a novant’anni infischiandosene di Dio, del denaro e
dell’amore, ma che si è goduto la vita tra suonate, balli e compagni ubriachi,
abbandonando i suoi campi alle erbacce.
Dov’è il veccho
Jones, il violinista
Che giocò per
novant’anni con la vita,
sfidando il nevischio
a petto nudo,
bevendo,
schiamazzando, infischiandosi di moglie e parenti,
e danaro, e amore, e
cielo?
Eccolo! Ciancia delle
sagre di pesce fritto di tanti anni fa,
delle corse dei
cavalli di tanti anni fa a Clary’s Grove,
di ciò che Abe
Lincoln disse
una volta a
Springfield. (Lee Masters)
Dov’è Jones il
suonatore
Che fu sorpreso dai
suoi novant’anni
E con la vita avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la
faccia al vento,
la gola al vino e mai
un pensiero
non al denaro, non
all’amore, né al cielo.
Lui sì, sembra di
sentirlo
Cianciare ancora
delle porcate
Mangiate in strada
nelle ore sbagliate,
sembra di sentirlo
ancora
dire al mercante di
liquore
Tu che lo vendi, cosa
ti compri di migliore? – (De André)
Qui Lee Masters parla
di Jones come un suonatore di violino, mentre De André omette questo
particolare, poiché per ragioni metriche lo farà diventare, nella canzone
interamente dedicata a lui, un suonatore di flauto. Ma per entrambi gli autori
il ricordo di Jones è così forte che sembra ancora di sentirlo parlare di
mangiate, bevute e corse di cavalli.
La seconda canzone
dell’album di De André è Un matto, ispirata alla vicenda di Frank Drummer. È
quella più corta tra le poesie di Lee Masters, quindi quella in cui di più De
Andrè ci mette di suo. Ma se Lee Masters si limita a fare una breve accenno
a ciò che è stato, De André ci chiede
di immaginare la situazione nella quale si trova il protagonista e inserisce il
tema del sogno.
… Non avevo le parole
per dire cosa mi si agitasse dentro,
e il villaggio mi
prese per idiota.
Eppure l’idea
iniziale era chiara,
un disegno grandioso
e assillante nell’anima
che mi spinse
all’impresa di imparare a memoria
l’Enciclopedia
Britannica! (Lee Masters)
Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro. […]
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto… (De André)
In entrambi i casi l’idea del protagonista è quella di un riscatto personale (mosso dall’invidia), che lo spinge alla ricerca di uno studio così approfondito da farlo impazzire[19].
Il terzo brano, Un giudice, è la storia de Il giudice Selah Lively, basso di statura, che spesso, per questo motivo, è burlato dai suoi concittadini e che ha fatto vita da subalterno prima come garzone da bottega, poi studiando legge e frequentando la chiesa, per poi diventare prima legale di un "cercatore di tesori terreni" e infine, finalmente, giudice di contea. Dalla breve esposizione della sua vita si capisce che ciò che lo spinge è l’invidia, il rancore verso tutti quelli che lo hanno umiliato e che lui per vendetta, raggiunto il potere, umilierà.
Immaginate d’essere alto un metro e cinquantotto… […]
E che tutto il tempo
Vi burlino per la statura, e vi scherniscano… (Lee Masters)
Cosa vuol dire avere
Un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
di una ragazza irriverente
che vi avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:
vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente
fra tutte le virtù
la più indecente… (De André)
Qui Lee Masters si limita a lasciarci immaginare la siruazione del "nano", mentre De André ci dice che quella situazione ce la rivelano «le battute della gente,/ o la curiosità/ d’una ragazza irriverente…», tutti tendenti a ridicolizzare la statura o a vederla in una improbabile relazione di proporzioni col sesso, unica cosa forse “apprezzabile” da chi disprezza il nano («…è una carogna di sicuro/ perché ha il cuore troppo/ troppo vicino al buco del culo»).
… studiando legge al lume di candela,
fino a diventare avvocato.
E immaginate che grazie al vostro zelo,
e all’assidua frequentazione della chiesa,
siete diventato il legale di Thomas Rhodes…[…]
infine siete diventato giudice di contea. (Lee Masters)
Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami,
diventai procuratore,
per imboccar la strada
che dalle panche di una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra di un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male… (De André)
In queste strofe è evidenziato il rancore del futuro giudice, il sentimento di rivalsa che lo spinge a studiare per arrivare al potere. Segue poi il suo comportamento da giudice, che è il risultato diretto dell’invidia che lo ha spinto. Da giudice, «diventa una carogna perché la gente carogna lo fa diventare carogna: è un parto della carogneria generale. Questa definizione è una specie di emblema della cattiveria della gente»[20].
…Infine siete divenuto giudice di contea.
E
Jefferson Howard e Kinsey Keene
e Harmon Whitney e tutti quei giganti
che vi avevano beffato, sono costretti
alla sbarra a dire «Vostro Onore» -
be’, non vi pare giusto
che gliel’abbia fatta pagare? (Lee Masters)
…E allora la mia statura
Non dispensò più buonumore
A chi alla sbarra in piedi
Mi diceva «Vostro Onore»,
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio,
non conoscendo affatto
la statura di Dio. (De André)
In queste ultime strofe De André elimina ancora una volta i nomi dei personaggi che in Lee Masters si erano beffati del protagonista, mettendo in evidenza il capovolgimento dei ruoli: se prima era lui a "dispensare buonumore" agli altri, a causa della statura, ora invece si diverte nel condannarli e loro non hanno più voglia di divertirsi nello sbeffeggiarlo, perché sono troppo preoccupati ad attendere la sua sentenza, che può essere di morte. Se prima lo schernivano con spavalderia da "giganti" poi sono costretti a chiamarlo, con servilismo direi io, "Vostro Onore". Ma ciò non basta a salvar loro la vita.
La quarta canzone di De André è Un blasfemo, ispirata alla tragica vicenda di Wendell P. Bloyd. Nella poesia di Lee Masters che Wendell fosse in realtà blasfemo lo si capisce dalla sua vicenda, ma il termine non compare mai, mentre nella canzone di De André compare tre volte compreso il titolo. Wendell è una vittima dell’ottusità collettiva, un esegeta dell’invidia, di cui fa risalire l’origine a Dio, sia in Lee Masters che in De André. Sarà proprio questa la causa della sua morte, poiché verrà rinchiuso (in manicomio, nella poesia di Lee Masters, in prigione in quella di De André) e pestato da secondini bigotti. Ma se Lee Masters si era limitato alla vicenda del blasfemo ucciso dal bigottismo, De André inserisce un altro tema nella sua canzone, quello della mela proibita come simbolo di potere non nelle mani di Dio, ma in quelle del potere poliziesco. Quel potere che ha inventato il giardino incantato e costringe l’uomo a sognare dopo averlo staccato dalla realtà, a pensare secondo il proprio interesse. Perciò è facile capire che questa mela in realtà non è stata ancora rubata: «…E se furono due guardie a fermarmi la vita,/ è proprio qui sulla terra la mela proibita,/ e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato,/ ci costringe a sognare in un giardino incantato».
Prima mi accusarono per condotta molesta,
non essendoci leggi contro la bestemmia.
Poi mi rinchiusero in manicomio
e fui ammazzato di botte da un sorvegliante cattolico.
Il mio torto fu questo:
dissi che Dio mentì ad Adamo e lo destinò
a vivere una vita da sciocco,
ignaro del male come del bene del mondo.
E quando Adamo gabbò Dio mangiando la mela
e scoprì la menzogna,
Dio lo cacciò dall’Eden per impedirgli di cogliere
il frutto della vita immortale… (Lee Masters)
…Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avendo leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l’anima a forza di botte
perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male
Quando vide che l’uomo allungava le dita
A rubargli il mistero d’una mela proibita
Per paura che ormai non avesse padroni
Lo fermò con la morte, inventò le stagioni… (De André)
Si veda come in Lee Masters il motivo per il quale Wendell viene rinchiuso, pur non essendo il vero motivo, è quello di "condotta molesta". In De André la condotta molesta viene subito indicata con la frequentazione di "donne" e "vino", che ci rimanda a quel mondo di ubriachi, prostitute, disgraziati, che è il mondo dei suoi personaggi[21]. Per entrambi invece, la causa della morte sono le botte di guardie "cattoliche" (per Lee Masters) o "bigotte" (per De André). Il motivo è, ancora per entrambi, il fatto che Wendell avesse affermato che Dio aveva imbrogliato il primo uomo, facendogli credere che tutto fosse "bene", destinandolo a condurre una vita da sciocco ignorando l’esistenza del male. Ma quando l'uomo ruba la mela, simbolo di conoscenza, tutto gli diventa chiaro ed esce dalla stupidità nella quale Dio l'aveva confinato. A questo punto Dio, per invidia, lo espelle dal Paradiso destinandolo a vita mortale. In Lee Masters però, Dio espelle l'uomo dal Paradiso perché teme che rubato il frutto della conoscenza possa rubare anche quello dell'immortalità. In De André invece il motivo è la paura di Dio nei confronti di un uomo che non ha più padroni perché ha mangiato il frutto della conoscenza che libera dall'ignoranza e dalla schiavitù. Da qui in poi De André introduce il tema assente in Lee Masters al quale ho già accennato, quello cioè di una mela proibita che in effetti non è mai stata rubata dall'Eden, poiché è ancora qui sulla terra protetta da un potere poliziesco che «ci costringe a sognare in un giardino incantato». Mentre Lee Masters si affanna a spiegare alla gente di «buon senso» l'invidia di Dio nei confronti dell'uomo.
…Ma, Cristo! voi gente di buon senso,
ecco cosa dice Dio stesso nel libro del Genesi: «E il Signore Iddio disse, ecco che l'uomo
è diventato come uno di noi» (un po' d'invidia,
vedete),
«a conoscere il bene e il male»… (Lee Masters).
…E se furono due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato. (De André).
La quinta canzone è quella che in De André chiude il ciclo dell'invidia: Un malato di cuore, ispirata alla poesia di Francis Turner. Qui l'invidia è risolta in modo positivo, perché il malato, pur essendo nelle condizioni ideali per essere invidioso, compie un gesto di coraggio scavalcando l'invidia perché a spingerlo è stata la forza dell'amore. Quindi rappresenta il trionfo sulla vita dato dalla capacità di amare, capacità che hanno solo i "disponibili". La poesia di Lee Masters è molto sintetica rispetto alla canzone di De André, che approfondisce di più le sensazioni del malato ed i ricordi della fanciullezza. Arriva ad affermare di non aver mai capito se il cuore gli si è fermato per il troppo sgomento o per la troppa felicità, e di essere invece sicuro di non aver chiesto promesse alla donna che stava con lui e di essere morto senza sapere se «…quelle sue cosce color madreperla/ rimasero forse un fiore non colto». Di una cosa il morto è certo: di averla baciata.
Da ragazzo
Non potevo correre né giocare.
(Lee Masters).
…Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato,
e ti viene la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato… (De André).
In questi versi iniziali Lee Masters racconta l'impossibilità del ragazzo a correre e a giocare, mentre De André descrive lo stesso ragazzo costretto a stare in casa e a guardare gli altri giocare, restando con la voglia di provare anche lui a correre e con l'incapacità a capire le differenze tra lui e gli altri, come mai lui resta senza fiato mentre gli altri continuano a correre.
…Da uomo potei solo sorseggiare dalla coppa,
non bere -
perché dopo la scarlattina m'era rimasto il cuore
malato… (Lee Masters).
…Da uomo avvertire il tempo sprecato
A farti narrare la vita dagli occhi
E mai poter bere alla coppa d'un fiato
Ma a piccoli sorsi interrotti… (De André)
In questi altri versi Lee Masters passa all'età adulta del personaggio, sempre segnata dalla malattia che lo costringe a comportarsi diversamente dagli altri anche nelle piccole cose di tutti i giorni, e ne spiega il motivo, cioè la scarlattina che gli ha lasciato il cuore malato. De André ne riprende l'esempio e aggiunge l'impressione, nel malato adulto, di avere sprecato il tempo della propria giovinezza e di ricordarlo solo in ciò che ha visto fare agli altri, ma che non ha potuto fare di persona, come il correre e il giocare degli altri bambini visti nei versi precedenti.
Eppure riposo qui
Consolato da un segreto che solo Mary conosce:
c'è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole dolci di viti -
là, quel pomeriggio di giugno
a fianco di Mary -
mentre la baciavo con l'anima sulle labbra
l'anima d'un tratto volò via. (Lee Masters).
…Eppure un sorriso io l'ho regalato[…]
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate. […] quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice[…]
e fra lo spettacolo dolce dell'erba […]
ma che la baciai, questo si lo ricordo,
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per dio sì, lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra
E l'anima d'improvviso prese il volo
Ma non mi sento di sognare con loro… De André).
Nella parte finale della poesia Lee Masters racconta gli ultimi momenti del malato in un giardino, quando muore, per un probabile attacco di cuore «con l'anima sulle labbra», mentre bacia Mary. Anche De André lo fa, omettendo però il nome della ragazza, sostituendo il «giardino» di Lee Masters con «lo spettacolo dolce dell'erba» e inserendo il fatto di aver regalato un sorriso e di non riuscire a «sognare con loro». "Loro" potrebbero essere gli altri personaggi che nella vita sono stati spinti dall'invidia, mentre lui non ha invidiato nessuno nonostante l'handicap che si porta fin da bambino. È per questo motivo Francis Turner è in De André il personaggio positivo che risolve il tema dell'invidia contrapponendo a questa l'amore come trionfo della vita.
Da qui comincia in De André il filone della scienza, la quale, classico prodotto in mano a quel potere che genera l'invidia, dovrebbe risolvere i problemi esistenziali della gente comune, ma non c'è ancora riuscita. La prima canzone di questo filone è Un medico, ispirata alla vicenda de Il dottor Siegfried Iseman. Questo è un medico che vuole applicare la dottrina cristiana alla scienza, alla medicina. Vuole cioè curare con generosità e senza farsi pagare dai poveri e dai malati. Ma presto prenderà coscienza che senza farsi pagare non può vivere, e si vedrà costretto a inventare un elisir di giovinezza che lo farà condannare dal giudice federale alla galera.
Dissi, quando mi consegnarono il diploma,
dissi a me stesso sarò buono
e saggio e forte e generoso col prossimo;
dissi porterò la fede cristiana
nella pratica della medicina!… (Lee Masters).
Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti […]
Un sogno, fu un sogno ma non durò poco,
per questo giurai che avrei fatto il dottore,
e non per un dio ma nemmeno per gioco […]
E quando dottore lo fui finalmente
Non volli tradire il bambino per l'uomo
E vennero in tanti e si chiamavano gente
Ciliegi malati in ogni stagione […] (De André)
È da notare come in Lee Masters ciò che spinge il dottore è la fede cristiana, Dio, mentre in De André è il sogno di un bambino, cioè un sentimento umano puro, poiché la fanciullezza è sinonimo di purezza. Ciò è da attribuire al fatto che De André, come abbiamo visto ne La buona novella, tende più che ad adorare un dio, a sperare nell'uomo: «laudate hominem» era la canzone con la quale chiudeva il disco precedente. Quindi ciò che spinge l'uomo è un sogno fatto da bambino e l'amore per i propri simili.
…Ma, non so come, il mondo e gli altri medici
Sentono subito cos'hai in mente quando prendi
Quest'eroica decisione.
E va a finire che ti prendono per fame.
Verranno da te solo i poveri.
E ti accorgi troppo tardi che fare il medico
È solo un modo per guadagnarsi da vivere.
E quando sei povero e devi tirare avanti
la fede cristiana e la moglie e i figli
tutti sulle tue spalle, è troppo! (Lee Masters).
…E i colleghi d'accordo, i colleghi contenti
Nel leggermi in cuore tanta voglia d'amare,
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame, incapace a pagare.
E allora capii, fui costretto a capire,
che fare il dottore è soltanto un mestiere,
che la scienza non puoi regalarla alla gente
se non vuoi ammalarti dell'identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame…
E il sistema sicuro è pigliarti per fame
Nei tuoi figli, in tua moglie che ormai ti disprezza…(De André).
Qui i due autori sviluppano le conseguenze della decisione del dottore. Sia per Lee Masters che per De André, il dottore finisce per curare solo i poveri che non possono pagare e che gli spediscono gli altri dottori meno "amorevoli", arrivando al punto di essere disprezzato da moglie e figli e di ammalarsi dello stesso male: la povertà. A questo punto il dottore è costretto a prendere coscienza che il suo è un lavoro come tutti gli altri, un modo per guadagnarsi da vivere e non una missione che permette di regalare la scienza ai poveri per guarirli dai loro mali. Ma in De André è più marcato l'aspetto della scienza come strumento per il bene comune, ma che in effetti può permettersi solo chi paga, quindi strumento di potere in mano agli avidi, ai forti, che fanno di tutto perché resti tale. Infatti introduce quel verso che non ha un corrispondente vero e proprio in Lee Masters: «…che la scienza non puoi regalarla alla gente…».
…Ecco perché fabbricai l'elisir di giovinezza,
per cui finii in prigione a Peoria
marchiato come truffatore ed imbroglione
dall'integerrimo giudice federale! (Lee Masters).
…perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l'etichetta diceva: elisir di giovinezza.
E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
Mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
Inutile al mondo ed alle mie dita,
bollato per sempre truffatore imbroglione,
dottor professor truffatore imbroglione. (De André).
Queste sono le conclusioni: il dottore si vede costretto a usare la scienza per sopravvivere, ma frustrato nella sua aspirazione umanitaria, lo fa in modo truffaldino procurandosi la galera impostagli da un giudice che, seppur «con la faccia da uomo», applica la legge senza un minimo di umanità e senza preoccuparsi di indagare nelle vicende umane e passate del condannato, che da generoso dottore dei poveri diventa truffatore e imbroglione di tutti i malati.
De André elimina il nome della prigione nella quale finisce il dottore, che era invece presente in Lee Masters, e aggiunge gli ingredienti con cui ha creato l'elisir e l'accenno al giudice con la faccia da uomo, per contrapporlo ai sentimenti poco umani dimostrati nei confronti di un uomo che umano lo era stato moltissimo.