Georges Brassens

GEORGES BRASSENS

Sebbene di madre di origine italiana, Georges Brassens che, in Francia, gode pressappoco della stessa popolarità dei Beatles in Inghilterra, resta relativamente molto poco conosciuto in Italia.
Georges nasce nel 1921 a Sète, cittadina della costa mediterranea della Francia, da padre muratore e da madre, Elvira Dagrosa, figlia di emigranti napoletani.
Da suo padre riceve i valori di un uomo semplice, tutto intelligenza e bontà, portatore delle idee laiche della sua epoca; da sua madre l’educazione cattolica e l’amore per la canzone popolare che, ragazzino, ascolta di strada in strada, di grammofono in grammofono.
Del collegio, che lascia all’età di 15 anni, serberà soltanto il ricordo di un professore eccezionale, alla maniera di Robin Williams in “Carpe Diem”, che trasmette ai suoi allievi l’amore per la poesia declamando i versi con grande emozione.
Poco a poco si rende conto che la canzone ha bisogno della poesia e che egli dovrà perfezionarsi in questa arte, basandosi sull’immenso tesoro di cinque secoli di poesia francese.
Fino all’età di 31 anni, fra Séte e Parigi, passando per un episodio di lavoro obbligatorio in Germania (imposto ai giovani Francesi, del quale si libera approfittando di un permesso), solitario, legge e studia i più grandi, da François Villon (nato nel 1421, suo Maestro e… maggiore d’età di 500 anni…) ai suoi contemporanei Paul Fort e Aragon, passando per Lamartine, Victor Hugo et Verlaine.
L’ 8 marzo 1952, mentre sta maturando la decisione di rinunciare alla carriera artistica, gli si presenta l’occasione di presentarsi al pubblico.
Arriva con un quaderno di 30 canzoni, materia prima per tre dischi che saranno rapidamente pubblicati.
In poche settimane passa dalla miseria e l’isolamento alla celebrità e la fortuna.
Fino alla sua morte, nel 1981, resterà uno degli artisti (chanteurs) più pagati, si vendono milioni di suoi dischi. Pressappoco in ogni famiglia francese c’è una registrazione del “Bon Maître” (come l’ha definito lo “chanteur” Guy Béart). Praticamente tutti i Francesi possono canticchiare una dozzina di sue canzoni . I suoi personaggi sono conosciuti dal pubblico quanto quelli di La Fontaine. L’uomo non è del tipo “fate quel che dico, ma non quel che faccio”, la celebrità e la ricchezza non gli faranno abbandonare né gli amici, né il suo modo di vivere. Lui continuerà a vivere nella sua camera, nella casa dei suoi amici Jeanne et Marcel Planche (l”Auvergnat” della canzone) per 20 anni e farà aggiungere solamente l’acqua corrente.
Suoi amici saranno talvolta personaggi molto conosciuti, come Jacques Brel o Lino Ventura, talvolta, più sovente, gente completamente sconosciuta dai media, amici d’infanzia o dei giorni difficili.
Ascoltando una canzone di Brassens si percepisce subito la perfezione della lingua, la sottigliezza di una poesia che appare semplice, tanto è costruita.
Nei suoi anni di silenzio, Brassens si è costruito un piccolo teatro immaginario, senza tempo, per il quale farà passare una filosofia umanista dalla quale, oggi, noi scopriamo ogni giorno un po’ più la modernità.
Partendo da un anarchismo “istintivo”, il suo discorso “morale” mette al primo posto l’individuo. La pace, il “mondo migliore”, devono venire dal travaglio interiore di ogni uomo.
Un approccio, per certi versi, vagamente buddista, ma lontano dalle religioni organizzate e totalmente ateo. Il male lui lo combatte con la sua arma preferita: l’umorismo. E il male prende le sembianze del clericalismo, del militarismo, delle truppe di imbecilli che commettono le cose peggiori per paura di venir attaccati nella piccola tranquillità della loro vita limitata.
Nel mondo dello spettacolo, è un caso a parte. Non scrive per preparare uno spettacolo. Lui scrive al suo ritmo e, quando dispone di una nuova serie di canzoni, ritorna verso il pubblico che, ogni volta gli tributa un trionfo.
Lavora alle sue canzoni fino al raggiungimento della perfezione; per alcune, se ne ritroveranno più di 50 versioni provvisorie. I suoi temi sono i temi essenziali di tutti i tempi e di tutte le civiltà: l’amore, il tempo che passa, la morte, l’amicizia e, soprattutto, la vita. La vita più forte di guerre ed ideologie, di potere e denaro, del totale conformismo.
Alle sue poesie (e, qualche volta, a coloro che ha amato in modo particolare) ha regalato una musica di uguale perfezione (ciò dovuto alla sorgente di una conoscenza enciclopedica della canzone francese e del Jazz), ma che ha voluto discreta (“come la musica di un film, che non si deve sentire”), tutta al servizio delle parole (” io faccio danzare le parole”).
In scena è solo con la sua chitarra e il fedele bassista Pierre Nicolas. Per le registrazioni, una seconda chitarra (Joël Favreau a partire dal 1966). Questa musica è davvero alla stessa altezza della sua poesia. Tanto basta per convincersi ad ascoltare una versione orchestrale o ad ascoltare una versione in una lingua straniera che non si comprenda.
Georges Brassens è rimasto per tutta la vita “franco-francese” (tre registrazioni soltanto in lingua straniera, in spagnolo, soli concerti fuori dalla francofonia in Inghilterra, In Olanda e a Roma – 29-30 marzo 1958 – . in francese).
Il fatto è che il suo modo di esprimersi, per chi lo ascolta, deve essere accettato “d’emblée”, sia che le sue conoscenze in francese gli permettano la piena comprensione, sia che si accetti, per sè stessa, la musicalità delle parole.
Non conoscere Georges Brassens è privarsi di buona parte della cultura francese del ventesimo secolo. E’, inoltre, privarsi di un’occasione per immergersi nel patrimonio poetico francese, con accompagnamento musicale e molto, molto piacere.

Testo originale www.librairiecharade.com

Traduzione Gaetano Rizza

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Brassens in italiano e in milanese